La penna di Anne Frank
“Il Diario è un grande libro su cosa significhi essere adolescente scritto da qualcuno che adolescente lo era davvero, nel momento in cui lo ha concepito. Questo lo rende un banco di prova, un modello, un canone rispetto al quale testare e giudicare la letteratura giovanile. Contemporaneamente, solleva importanti questioni sulla differenza tra scrivere ed essere autori, sulla relazione tra lettore e lettura e scrittore e scrittura, e sui problemi e l’etica della traduzione. Ma più di ogni altra cosa, e molto semplicemente, il Diario è un’opera letteraria dal fascino intramontabile, capace di stimolare riflessioni su quale sia la natura di un testo che definiamo “letteratura” […] scrivere-e-leggere, come atto, forgiano questa connessione, e sono al tempo stesso una celebrazione del nostro potere di autocreazione. La verità sulla scrittura di Anne è che essa l’ha aiutata a renderla ciò che lei stessa è. Non quello che era, rispetto a cui non sapremo mai nulla. Ma quello che lei è –un essere sempre presente, una coscienza che vive e dà vita finchè qualcun altro, qualcun Altro, potrà leggere ciò che lei ha scritto, e, prestandole completa attenzione, diventare lei. Un ulteriore piano di lettura per il famoso diario, che stimola una riflessione sull’adolescenza ma anche sulla natura di un testo che viene definito letteratura.
Ti dico la verità: un uomo racconta a suo figlio come è diventato padre
“…il tempo passava, e Mattia cresceva. Così, quando ho capito che potevo portarlo in ospedale, l’ho fatto. La maggior parte delle persone che erano intorno a me dicevano che ero pazzo. Mattia aveva otto, nove, dieci mesi, l’ospedale, dicevano, non è un posto adatto per un bambino. Certo che non lo è, ma quell’ospedale era il posto dove stava sua madre. Così ho scelto, ho pensato che nella sua vita c’era quello, una madre in stato vegetativo in una camera d’ospedale. Sua madre era lì, quel poco che c’era, poteva essere una testimonianza. Un corpo che lo aveva avuto e generato, un legame con me, una storia concreta con cui fare i conti […] Potevo dirgli solo la verità, avevo solo la verità […] la verità lo ha educato, più di quello che potevano fare discorsi o favole belle. La verità gli ha fatto male, ma la verità non era un’opzione tra le tante, era la sua vita”. Sei mesi dopo la nascita del piccolo Mattia, la sua mamma entra in stato vegetativo e muore dopo tre lunghi anni. E’ il padre che racconta la loro storia e come è riuscito a guardare avanti.
I miei bambini hanno i superpoteri. Storia della nostra dislessia
“Chiediamo e richiediamo lumi ai vari specialisti, però ognuno si prende la responsabilità solo della propria parte: uno fa i test e la certificazione, l’altro la terapia, l’altro ancora la logopedia. Col risultato che la ricetta pratica, quella da cucinarti tutte le sere per stare meglio e non sclerare, nessuno ce la passa. La dobbiamo inventare. Mischiando gli ingredienti, approssimando le dosi, rigirando la minestra e sperando che, se non è buona, almeno sia commestibile”. E’ una mamma che racconta, in prima persona, la storia della propria famiglia, dei due figli con disturbi dell’apprendimento e della lotta quotidiana per sostenerli e valorizzarli.
Anzitutto bambini: il bambino con disabilità ad alta complessità assistenziale e in stato di abba
“… se devono esserci dei luoghi per questi bambini diversi dalla propria casa allora è proprio importante che siano case e non luoghi asettici, case dove può entrare mezzo ospedale se così deve essere ma sempre casa e non ospedali, dove poter essere bambini e non pazienti. E servono persone che ogni giorno fanno gli equilibristi per fare il proprio lavoro, perché si tratta di un lavoro che ha in sé potente la necessità di non esserlo, perché alle volte il limite tra lavoro e qualcosa di più profondo è così delicato e fragile ma allo stesso tempo indispensabile […] Riflettere su un ambiente così complesso richiede lo sforzo di riflettere su tutto il percorso inclusivo iniziato anni fa e offre, ne sono convinto, l’opportunità di chiedersi se ogni servizio ha, possa avere, debba avere, questa sottile area di confine tra lavoro e non lavoro, qualcosa che difficilmente si spiega con parole ma che si sente, si vede: si impara e si insegna, perché altri imparino e si appassionino alle cose fatte in un certo modo”.
Passo
“L’ictus aveva portato via il dono della parola, d’improvviso si era chiusa una porta sul mondo dei vivi e si era aperto il baratro dei non morti. Gli afasici … quelli che balbettano senza senso, o quelli che nemmeno più riescono ad articolare un concetto […] Segui tutto con attenzione, magari la memoria è illesa ma non puoi fare altro che stare muto, parla per te qualcun altro, a volte centrando il bersaglio, il più delle volte toppando. Sono gli afasici. E io sono afasico. Sono persone come tante, sono capaci di fare tutto, ma non comunicano più con gli altri […] Le priorità dovevano essere riviste guardando dentro e intorno a me con altra angolazione […] Con questa avventura si sono modificate le aspettative, a cominciare dalle cose minute: ora il tempo lungo mi accompagna e governa il mio sistema in modo da non sentirmi in affanno. Ossero, noto, guardo, ascolto, sento, ausculto, mi stupisco: questo è il mio nuovo mestiere e mi piace”. Il racconto in prima persona della lenta risalita, fisica e psicologica, dopo l’ictus che lo lascia con difficoltà di movimento e soprattutto con gravi difficoltà di parola.

