Maritè non morde
“A sua figlia è stata imposta un’etichetta. Così mi dissero […] Mi avevano presentato Maritè prima come down e poi come figlia, senza che io avessi avuto il tempo di conoscerla […] In effetti la verità è che nessuno desidera un figlio down […] la sua caparbietà di bambina desiderosa di vita mi affascinava e mi rendevo conto di quanto siamo prevenuti tutti, me compresa. Noi schiavi del pregiudizio, della finta felicità”. La nascita della terza figlia cui viene diagnosticata la sindrome di Down cambia radicalmente la vita della madre che, in prima persona, racconta il suo lento percorso verso l’accettazione.


Dieci storie, diverse per genere e ambientazione, ma tutte accomunate dalla stessa condizione di buio totale in cui si muovono i protagonisti. Lo stesso buio che, in modo imperfetto, permette a chi vede di avvicinarsi e comprendere chi invece non può vedere. “Perché un non vedente dovrebbe cimentarsi con una materia come il narrare, che è in gran parte di marca visiva?”, si chiede lo stesso autore che poi spiega che l’ha fatto “per dimostrare, forse più a me stesso che agli altri, che la disabilità è sempre e soltanto relativa. Rispetto alla letteratura la mia disabilità è stata superata grazie alla letteratura stessa, per diventare in questo modo una disabilità del tutto ininfluente ai fini del risultato”.
“C’era una volta un uccello che non aveva un nome. Aveva un becco enorme, ed era tutto nero, tranne per gli occhi, che erano bianchi”. Deriso dagli altri animali, l’uccello se ne andò per il mondo e, giunto in un paese dalla lingua sconosciuta, cercò lavoro. E con il lavoro trovò anche il nome che cercava. Appena ripubblicato, il racconto, scritto e illustrato dal McKee circa cinquant’anni fa, mantiene la sua freschezza e la capacità di parlare di accettazione e di diversità semplicemente raccontando una bella storia.
“Deglutisco. Eccola, la mia occasione per vuotare il sacco. Quattro paroline: Voglio. Essere. Una. Ragazza. Ma non escono. Rimangono testardamente incastrate in gola, soffocando la mia voce. Perché la cosa che mamma vuole farmi dire non è quella a cui si è preparata. Si aspetta che le dica che sono gay. Immagino che si stia preparando a questo momento da anni: da quando ho chiesto la mia prima Barbie per Natale, da quando giravo per casa con il mio primo paio di ali di fata, con un asciugamano in testa per fare finta di avere i capelli lunghi […] Ma lei e papà hanno capito tutto al contrario, come Leo a mensa l’altro giorno. Perché io non sono gay. Sono una ragazza etero imprigionata nel corpo di un ragazzo. Ma come faccio a dirglielo?” La storia di David si intreccia a quella del nuovo compagno Leo, arrivato da un’altra scuola con la fama di essere un violento. In un percorso lento e doloroso, i due si avvicinano, rivelandosi per quello che sono realmente, e si sostengono nella ricerca di equilibrio e serenità nel rapporto con se stessi e con gli altri.
Un testo chiaro nato con l’intento di fornire informazioni aggiornate sui DSA: partendo dall’analisi di casi concreti, gli autori esaminano i vari disturbi, suggerendo metodologie di intervento e riferimenti normativi.