Manuale di guerriglia urbana per bambine e bambini che vogliono conoscere e difendere i loro diritti
“Il titolo […] forse sembra eccessivo, sicuramente non piacerà a molti adulti. La guerriglia è spesso violenta e quindi si potrebbe pensare che si vogliano educare i bambini ad essere violenti, ma non è affatto così. La guerriglia è quella forma di lotta che di solito utilizzano i più deboli, poveri, privi di mezzi, contro nemici più forti e più organizzati. I bambini sono evidentemente più deboli degli adulti […] per questo devono inventarsi dei mezzi di lotta più furbi e creativi, denunciare le violazioni degli adulti scrivendo lettere, protestando pubblicamente, facendo insomma una guerriglia. Pacifica, ma insistente e senza paura”. Un esame di alcuni articoli della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che indicano le forme con le quali i bambini possono e debbono partecipare attivamente alla vita delle loro città. Sono gli articoli meno conosciuti e meno rispettati.


“Tutti gli alunni sono diversi e a tutti deve essere possibile arrivare all’espressione delle proprie capacità e potenzialità, di qualunque grado e misura esse siano”. Il nostro modo di pensare la scuola è infatti il nostro modo di pensare il mondo. La funzione che attribuiamo alla scuola e ai servizi educativi è una cartina al tornasole che evidenzia qual è la nostra idea del rapporto fra gli adulti e i più giovani. Impegnarsi per rendere l’apprendimento il più possibile accessibile a tutti gli studenti è l’aspetto concreto di una visione sociale in cui la scuola si fa realmente inclusiva, capace di offrire percorsi calibrati sulla consapevolezza che l’eterogeneità è il fondamento del gruppo classe. Se, come è scritto nel Talmud, il mondo non si regge che sul respiro dei bambini che studiano, l’esperienza a scuola deve essere viva, aperta, feconda e significativa per tutti gli allievi. E la lezione come cambia in una scuola inclusiva e accessibile?
“Guardare la realtà attraverso le storie, tenere accesa la curiosità verso la diversità e l’unicità delle persone, tutte, italiane e straniere, aiuta ad immaginare punti di vista nuovi, aiuta a vedere l’invisibile. C’è bisogno, certo, di leggi e di politiche chiare, di risorse, di manutenzione e costante rammendo e bisogna aver cura e accompagnare i tentativi reali di integrazione. Ma c’è bisogno anche di coltivare visioni, di immaginare un futuro possibile […] servirebbe una “grammatica dell’integrazione” che insegni a costruire il senso del possibile, che aiuti a scegliere i materiali e le tecniche utili per coltivare visioni. Per chi lavora con le nuove generazioni è quasi obbligatorio coltivare il principio speranza: non smettere di provare a fare il mondo come dovrebbe essere”. E per fare questo possono essere utili anche strumenti inusuali, calzature, copricapi, figurine dei calciatori che l’autore presenta raccontando percorsi e progetti per una convivenza possibile e necessaria.
Cosa fa un bimbetto con le ali, solo soletto, circondato da un paesaggio arido e spoglio? Ma ecco che un omone con la testa a stella e capace di volare lo condurrà ad esplorare la notte e le sue meraviglie. Lo riporterà al luogo di partenza con un fiore e l’implicito invito a riportare la bellezza sulla terra.
Liberamente ispirato alla storia personale dell’autrice, madre di un ragazzo con disturbi dello spettro autistico, il romanzo ripercorre la storia di una coppia e del loro bambino, da quando la diagnosi cambia la vita di tutta la famiglia costringendoli a fare i conti con una realtà difficile e la necessità di cambiare il proprio punto di vista.