Ispirato alla storia personale dell’autrice, l’albo racconta di Mila che abitualmente passa la domenica con i nonni, due uomini appassionati di orticoltura e dolci. E, mentre nonno Jajo va nell’orto, nonno Pippo le propone un sonnellino che Mila rifiuta. Per impiegare il tempo, decide di dedicarsi ai lavori di casa ma, in un vortice di attività di ogni genere, finirà per stancarsi anche lei.
Un albo coloratissimo, tutto in simboli della CAA, che racconta di un dodo spensierato che se ne va a passeggio. Attraversa una giungla, saltella fra i sassi (ma sono proprio sassi?) di una palude molto calma e arriva al mare. È molto rilassato e completamente inconsapevole, a differenza dei piccoli lettori, dei molti pericoli che ha sfiorato e non sa che è inseguito da una tigre che vuole mangiarselo! Ma poi arriva fra l’erba alta e …
“… intendo una tristezza senza motivo. Pesante. Mi sveglio felice e poi succede una cosa qualsiasi, o anche niente, e all’improvviso mi ritrovo triste, e non riesco a smettere di esserlo. A volte mi spavento così tanto che non riesco a respirare. A volte faccio finta di essere malata per stare a casa da scuola perché mi sembra impossibile alzarmi dal letto. È così che ho inventato l’Everwood. Ho cominciato a scrivere le sue storie per sentirmi meglio”. È a causa di questa tristezza e dei loro problemi di coppia che i genitori mandano Finley a passare l’estate dai nonni paterni che non conosce, in una grande casa elegante e silenziosa, dove sono spesso presenti anche le zie e i cugini. La ragazzina non è a suo agio, non capisce perché non ha mai frequentato questi parenti, così si rifugia nel suo quaderno e nelle storie del bosco che continua a scrivere. Ma ai margini della grande casa un bosco esiste veramente e ci sono dei ragazzini che a lei e ai cugini è proibito frequentare. Intrecciando le sue storie con la realtà, Finley troverà la chiave per affrontare se stessa e anche i segreti che circondano la sua famiglia.
“C’è chi sostiene che la letteratura (l’arte in generale) nasca da una ferita. È questa, la mia? […] Scartabello per l’ultima volta l’archivio, incrocio andamento fisico, foto di montagna, ecografie intrauterine, date di pubblicazione dei miei libri e mi pare di intravedere una specie di regola. Meno riesco a pensarmi alpinista e più scrivo. Meno posso immaginarmi madre, più scrivo. Più il mio mondo si restringe, più io scrivo. È così che tutto – quello che è stato e quello che ho desiderato e smesso di desiderare – tutto, tutto diventa scrittura”. Ci sono voluti quasi tre decenni dalla diagnosi di sclerosi multipla perché l’autrice decidesse di raccontare la sua storia clinica, intrecciandola con il suo amore per la montagna e un lento percorso di consapevolezza, fino ad accettare che convivere con una malattia cronica significa modificare il proprio sguardo su se stessi e sul mondo.
Il libro riporta gli esiti di una ricerca promossa dall’Università di Milano e condotta dall’associazione L’abilità onlus di Milano che, da oltre vent’anni, garantisce il diritto al gioco a bambini con disabilità attraverso una continua problematizzazione dei saperi e delle pratiche pedagogiche, per comprendere la realtà contemporanea e individuare strategie di intervento efficaci e fondate scientificamente. La ricerca era focalizzata sulle famiglie con background migratorio e con figli con disabilità e aveva l’obiettivo di entrare in contatto con la loro esperienza e conoscere le differenti prospettive culturali sul gioco con la disabilità, per accogliere le sfide poste dalla doppia diversità dei partecipanti e trovare risposte in tema di gioco possibile con il proprio figlio per una migliore qualità e dignità della vita.