Pedagogia degli oppressi
“Chi è preparato, più degli oppressi, a capire il significato terribile di una società che opprime? Chi può sentire, più di loro, gli effetti dell’oppressione? Chi, più di loro, può capire la necessità della liberazione? Liberazione a cui non arriveranno per caso, ma attraverso la prassi della loro ricerca; conoscendo e riconoscendo la necessità di lottare per ottenerla. Lotta che, in forza dell’obiettivo che gli oppressi le daranno, sarà un atto di amore, con cui si opporranno al disamore contenuto nella violenza degli oppressori, anche quando essa si maschera di falsa generosità. In questo saggio la nostra preoccupazione è solo di presentare alcuni aspetti di ciò che ci sembra costituire quella che da tempo veniamo chiamando pedagogia dell’oppresso: quella che deve essere forgiata con lui e non per lui, siano uomini che popoli, nella lotta incessante per recuperare la loro umanità. Pedagogia che faccia dell’oppressione e delle sue cause un argomento di riflessione per gli oppressi; ne risulterà l’impegno indispensabile alla lotta per la loro liberazione, in cui questa pedagogia si farà e rifarà costantemente”. Questo, e molto altro, scriveva Freire cinquant’anni fa, convinto che non ci possa essere educazione se non si liberano gli uomini dall’oppressione. Una nuova edizione di questo testo fondamentale che non ha perso nulla della sua forza, arricchito e attualizzato con riflessioni e interviste a studiosi contemporanei.


Interamente in simboli, il libretto raccoglie due racconti scritti, illustrati e impaginati da ragazzi con autismo che, attraverso la trasposizione nel mondo animale e con linguaggio da fiaba, mettono in luce alcune proprie caratteristiche non proprio positive e mostrano le strategie adottate per migliorarsi. Sul sito dell’associazione La matita parlante, che ha ideato il progetto, è possibile anche scaricare l’audiolibro.
Risalgono alla fine del 1700 le prime osservazioni su un aspetto sconosciuto della sessualità: l’attrazione verso le persone disabili e il desiderio di essere come loro, che può giungere fino al desiderio di farsi amputare un arto che non si considera parte di sé. Gli autori propongono un viaggio alla scoperta di questo mondo sommerso che vive in buona parte sul web, riportando quello che hanno trovato senza aggiungere filtri né dare giudizi.
“TopoLina non aveva mai visto la neve: uscì dalla tana annusando l’aria e guardandosi attorno”. La sorpresa iniziale e la curiosità lasciano il posto all’ansia quando si rende conto che la neve ha nascosto la strada di casa. TopoLina non sa parlare e non sa come comunicare la sua paura agli animali che le si avvicinano e che vorrebbero aiutarla. Le tracce sulla neve suggeriranno un‘altra strategia per comunicare con lei.
“Una scuola che vuole sul serio lavorare per l’inclusione è una scuola che sa ammettere le proprie paure, le proprie ambivalenze e i sentimenti negativi che circolano al suo interno. E’ una scuola che ha il coraggio di proporsi essa stessa come spazio privilegiato di elaborazione rispetto alle emozioni profonde che suscita l’incontro con l’altro da sé. Senza guardare in faccia il dolore e le paure che esso genera, non si riuscirà mai a ridere insieme. E finchè ciò non accade, la disabilità provocherà rifiuto e il rifiuto accrescerà la disabilità […] solo una scuola che considera preziosa la fragilità di ogni persona che ne fa parte può essere il luogo in cui è possibile sostenere la crescita di tutti”. Una lungo riflessione sull’inclusione e sul ruolo degli insegnanti di sostegno, con particolare riferimento alla scuola superiore.