La fioraia di Sarajevo

“Un giorno di febbraio del 1992, prima dell’inizio della guerra in Bosnia […] conobbi una fioraia di una certa età”. Dopo quel primo incontro, l’autore tornò a Sarajevo più volte e trovò la donna sempre al suo posto mentre intorno la devastazione e la sofferenza erano sempre più grandi. In assenza di fiori veri, aveva cominciato a vendere fiori di carta. Incuriosito dalla sua perseveranza, il fotografo le domandò a quale etnia appartenesse. “Mi rispose subito: ”Sono nata a Sarajevo”. Credendo di essere furbo, le chiesi quale fosse il suo nome. E lei mi disse qualcosa che annotai su un foglietto. La fotografai e ci salutammo. Più tardi chiesi a un amico se quel nome che avevo scritto era serbo, croato o musulmano. “Quale nome? – rispose – qui c’è scritto solo fioraia”. Avevo ricevuto la prima lezione”. L’albo racconta di altri incontri fino all’inevitabile scomparsa della donna. Ma è a questo punto che arriva la “seconda lezione: se non lasci alla guerra il potere di cambiare la tua identità e il tuo ruolo, allora hai vinto. Se muori, almeno sei rimasta quella che hai scelto di essere, perché l’identità è una scelta, non una casualità anagrafica, e sei riuscito a difenderla”.

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