Eravamo il suono
Un bel romanzo che fa rivivere la storia dell’orchestra femminile di Auschwitz ormai quasi dimenticata. Un’orchestra composta da 47 donne che i nazisti facevano suonare per accompagnare l’uscita e il rientro nel campo di quanti venivano condotti a lavorare o che ingaggiavano per qualche serata fra ufficiali. Corradini, esperto di didattica della memoria, sceglie otto donne fra le musiciste dell’orchestra e dà loro voce così che siano loro a raccontare la loro storia e come son arrivate al lager. Otte storie diverse per le esperienze precedenti, le motivazioni dell’arresto, il talento e il carattere delle giovanissime suonatrici. In un andirivieni fra passato e presente, saranno Anita e Alma, che insieme ai loro compagni stanno preparando uno spettacolo per ricordarle, a fare da filo rosso e a stringere in un abbraccio queste coetanee ormai lontane da cui si può imparare l’importanza della solidarietà, la necessità di esprimere il proprio talento e a prendere posizione davanti alle ingiustizie.
Abitare le differenze
“L’obiettivo principale di questo scritto è di fornire ai lettori qualche elemento di “scomodità” per riflettere, piccoli input per imparare ad amare una professione complessa e, a volte, difficile ma allo stesso tempo profondamente restitutiva; per guardarsi intorno e trovare un proprio modo per entrare con curiosità e disponibilità nell’incontro con l’inatteso, nella relazione tra differenti: senza pietismo e senza certezze, condividendo le cose che funzionano oltre a quelle che non vanno bene, i successi prima e più degli insuccessi”.
Comunicazione efficace inclusiva
Con l’aiuto di alcune storie reali, l’autore suggerisce le migliori modalità per relazionarsi con persone con disabilità partendo dai modi di fare scorretti. Racconta di Cristina, avvocata cui il giudice non si rivolge direttamente preferendo parlare con il suo assistito perché lei è in carrozzina. Una parte del libro è dedicata all’uso delle parole, esaminando quelle che possono essere offensive o sottintendere un pregiudizio. Convita che alla base di tutto ci sia una scarsa conoscenza e una mancanza di esperienza, l’autrice invita a prestare maggiore attenzione alle persone con disabilità, ascoltandole e osservandole, poi le parole giuste verranno da sole.
Grande, Bro!
“… cos’è vero, effettivamente? Chi lo dice che il tizio che mi ha fatto il passaporto … o quella fuori di testa di mia nonna … o certi miei compagni cretini ne sanno più di me? Loro pensano che sia una femmina, e forse non li si può biasimare, perché sono nato con la vagina. E lo so che è insolito, per un maschio. Però credimi: io SONO un maschio. Sono Måns. E sono anche altre cose: uno skater, uno che adora il gelato, uno che vede tutti i colori più intensi con l’occhio destro. E sono un maschio. Lo sento nel corpo. Nel … cervello … nel cuore”. È Måns che racconta di quando deve seguire la madre in una trasferta di lavoro in una città in cui nessuno sa di lui. L’incontro con Mikkel è l’inizio di una bellissima amicizia ma neanche con lui Måns riesce a confidarsi e quando l’amico lo scopre va in crisi. Ma l’amicizia sarà più forte.
L’autismo in età adulta
L’intento dell’autore è quello di “mostrare come la persona con autismo possa vivere una vita soddisfacente se si predispongono opportuni supporti, rivolti sia all’individuo che al contesto”. Nel sostenere che l’autismo è una condizione in divenire, in relazione sia alle caratteristiche della persona che al contesto i cui vive, propone un’analisi dei percorsi possibili verso l’età adulta, con attenzione particolare alla sessualità e all’autodeterminazione, al lavoro e all’autonomia abitativa, allo studio universitario, dove possibile, e al tempo libero.

