Le streghe di Lenzavacche

“La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione […] la luna calava invece di alzarsi, non era tempo di marea  né di santi, i fantasmi tacevano e non una stella brillava nella notte. Tutti cattivi presagi, figlio mio, ma tu eri nato, e pur squadernato da un vento di sfortuna, ti chiamai Felice, e decretai che quello era il primo passo per ribaltare il destino”. Fin dall’apertura, questo singolare romanzo, narrato direttamente dalla giovane protagonista, intreccia passato e presente, magia e realtà, storie di streghe perseguitate ma anche di disabilità a cui non rassegnarsi, di donne sole che rivendicano autonomia e intelligenza. Le sue vicende si incroceranno con quelle di un giovane maestro che aggira le richieste del direttore (siamo nel ’38 e il fascismo si sta diffondendo), conducendo i suoi bambini verso una nuova consapevolezza. “ Non gli ho insegnato a scrivere, ma a credere che in quei segni si celasse la verità […] della storia ho voluto solo che contemplassero i morti, i perseguitati da un destino scritto da altri, i tralasciati, gli invasi, i dimenticati […] a modo mio, ho insegnato loro quello che credevo dovesse dare la scuola, e cioè un’anima e una vocazione, e gli ho messo in mano parole e libri, le sole armi che abbia mai imbracciato”. E fra questi bambini ci sarà anche Felice.

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